Promettere non basterà più: come renderei misurabili le promesse della politica
PAROLA DATA

Parola Data è l'idea che proporrei per rendere misurabili le promesse di chi si candida a governare: scriverle prima in modo verificabile, controllarle ogni anno con dati pubblici ed esperti estratti a sorte, ascoltare i cittadini mentre si governa. Qui spiego il senso e come si potrebbe realizzare, passo dopo passo.
Alle europee del 2024 ha votato il 49,69% degli aventi diritto: per la prima volta nella storia della Repubblica, meno di un elettore su due. Secondo l'Istat, nel 2024 poco più di un italiano su cinque dava ai partiti un voto almeno sufficiente, il dato più basso tra tutte le istituzioni. La sfiducia ha molte cause, ma una è strutturale: le promesse elettorali non si possono controllare. Si gonfiano perché nessuno le misura, i dettagli spariscono perché fanno perdere voti, e dopo il voto non esiste un luogo neutrale dove confrontare ciò che è stato promesso con ciò che è cambiato. Il paradosso è che i partiti mantengono più di quanto crediamo. Uno studio su oltre 20.000 promesse elettorali in 12 Paesi mostra che la netta maggioranza di quelle dei partiti andati al governo viene mantenuta almeno in parte, in alcuni casi oltre l'80%. Eppure i cittadini restano scettici, perché nessuno lo dimostra in modo credibile. Il senso di Parola Data sta tutto qui. Chi lavora bene deve poterlo dimostrare, chi delude deve renderne conto, e il dibattito pubblico deve spostarsi da cosa hai detto a cosa è cambiato davvero nella vita delle persone. Oggi anche chi governa bene è costretto a raccontare le scelte giuste con uno slogan, perché dall'altra parte c'è sempre qualcuno che grida più forte. Con numeri verificati da terzi, lo slogan serve meno.
L'idea in tre regole
Scrivere prima. Chi si candida a governare traduce le promesse principali in schede misurabili: cosa farà, di quanto migliorerà la vita delle persone, con quali soldi, entro quando.
Verificare ogni anno. Esperti estratti a sorte confrontano ogni impegno con i dati ufficiali e pubblicano un giudizio motivato.
Ascoltare mentre si governa. I cittadini segnalano cosa funziona, cosa manca e cosa serve, e il governo risponde.
Parola Data non direbbe ai partiti cosa promettere: direbbe solo come scriverlo. Niente sanzioni né obblighi di risultato. Il giudizio finale resterebbe agli elettori, che però voterebbero sapendo com'è andata.
Come si realizza, in sette passi
Ecco come lo costruirei, dal formato delle promesse ai soldi per pagarlo.
1. Un formato comune: la scheda impegno
Ogni promessa diventa una scheda di una pagina, uguale per tutti. Un esempio, con dati inventati:
Riforma: meno tasse sul lavoro dipendente.
Beneficio atteso: +100 euro netti al mese per i redditi fino a 35.000 euro.
Come si misura: l'aumento della busta paga netta dovuto alla riforma, calcolato su dati fiscali e Istat.
Punto di partenza: la busta paga media dell'anno prima.
Risorse: 16 miliardi l'anno da revisione della spesa e riordino delle agevolazioni.
Scadenza e tappe: legge nel 2028, soldi in busta paga da gennaio 2029.
Chi risponde: Ministero dell'economia e delle finanze.
Ogni partito o coalizione ne sceglierebbe liberamente da 10 a 50, tra le promesse più importanti, da depositare insieme al programma elettorale che la legge già chiede a chi si candida a governare
2. Il registro online
Un sito pubblico, gratuito e accessibile, con una pagina per ogni forza politica e una per ogni impegno. Per ciascuno mostrerebbe la scheda originale, il cronoprogramma anno per anno, le eventuali modifiche con la loro motivazione, i giudizi e le segnalazioni dei cittadini. Tutti i dati sarebbero scaricabili in formato aperto, perché giornalisti, università e cittadini possano rifare i conti da soli, e il codice della piattaforma sarebbe pubblico.
3. Il programma di governo, anno per anno
Entro 90 giorni dalla fiducia, il governo registrerebbe il suo programma di legislatura, partendo dalle schede della coalizione vincente. Le differenze con le promesse elettorali resterebbero visibili: da una parte cosa si era promesso in campagna, dall'altra cosa ci si impegna a fare. Se arriva una crisi, un impegno si può modificare, ma in pubblico e motivando, e la versione originale resta online.
4. Chi verifica, e con quale metodo
Nessun partito sceglierebbe chi giudica. Professori universitari, ricercatori di enti pubblici e professionisti con almeno dieci anni di esperienza si iscriverebbero a un albo pubblico; chi negli ultimi cinque anni ha avuto incarichi di partito, cariche elettive, ruoli di governo o consulenze politiche non potrebbe essere estratto. Ogni anno, in diretta, si sorteggerebbero dieci commissioni tematiche di sette esperti. Lo Stato usa già il sorteggio in casi delicati: le commissioni che abilitano i professori universitari sono formate da cinque ordinari sorteggiati dal Ministero (MUR). Il metodo sarebbe uguale per tutti. Per ogni impegno si confronta il valore di partenza con quello raggiunto, sui dati di Istat, Banca d'Italia, Ragioneria generale dello Stato e Agenzia delle entrate. E si separa ciò che dipende dalla riforma da ciò che dipende dal contesto: se le buste paga crescono per i rinnovi dei contratti, quell'aumento non si attribuisce al taglio delle tasse. Entro il 30 giugno di ogni anno arriverebbero i giudizi:
Mantenuto: effetto raggiunto almeno al 90%, nei tempi.
Parzialmente mantenuto: effetto raggiunto in parte o in ritardo, con la percentuale.
In corso: scadenza non ancora arrivata, tappe rispettate.
Non mantenuto: scadenza superata senza risultato, o con un effetto sotto il 30%.
Modificato: impegno cambiato con motivazione pubblica; la commissione dice se la causa è davvero esterna.
Il governo potrebbe replicare accanto al giudizio e chiedere una volta il riesame a un'altra commissione. Il rapporto annuale andrebbe in Parlamento, e sei mesi prima del voto uscirebbe il bilancio di fine legislatura.
5. La voce dei cittadini
Con SPID o carta d'identità elettronica ciascuno potrebbe lasciare un'opinione su ogni impegno: cosa funziona, cosa manca, cosa serve. Si pubblicherebbero solo dati aggregati per territorio e fascia d'età. Per evitare che vinca chi urla di più, ogni anno un'indagine Istat su un campione rappresentativo affiancherebbe le segnalazioni. Ogni tre mesi il governo risponderebbe in pubblico ai dieci temi più segnalati, e chi non usa internet potrebbe rivolgersi allo sportello del proprio comune.
6. Dove nasce, quanto costa, dove trovo i soldi
Chi viene controllato non sceglie chi lo controlla. Per questo Parola Data nascerebbe presso le Camere, non presso il governo, sul modello dell'Ufficio parlamentare di bilancio, l'organismo indipendente che verifica i conti pubblici. La struttura sarebbe leggera: una ventina di persone assunte con concorso, un direttore con mandato di sei anni non rinnovabile, nessun consiglio di amministrazione, collaborazioni con UPB e Istat. Costerebbe circa 3 milioni per partire e 5 milioni l'anno, meno di 10 centesimi per ogni italiano:
1,8 milioni per il personale;
1,2 milioni per i 70 esperti estratti;
0,8 milioni per la piattaforma;
0,5 milioni per l'indagine Istat;
0,7 milioni per informazione, sportelli nei comuni e imprevisti.
I soldi li troverei nei bilanci delle Camere, come già succede per l'Ufficio parlamentare di bilancio: la sua dotazione di 6 milioni l'anno arriva proprio dai bilanci di Camera e Senato. Lo spazio c'è: Camera e Senato ricevono ogni anno dallo Stato 1 miliardo e 448 milioni, e il bilancio 2026 della Camera registra un avanzo di amministrazione di 496,7 milioni, cresciuto di 68,1 milioni nel solo 2025. Parola Data costerebbe meno di un decimo di quella crescita: niente tasse nuove, niente tagli ai servizi. In alternativa, la strada ordinaria sarebbe il fondo speciale che ogni legge di bilancio accantona per le nuove norme.
7. Le tappe
Subito: un confronto pubblico sul metodo, con esperti e forze politiche di ogni colore.
Politiche del 2027: una prova volontaria. I partiti che ci credono pubblicano le loro schede, e il registro mostra chi aderisce e chi no: anche il silenzio è un'informazione.
Entro 90 giorni dalla fiducia: il primo programma di legislatura registrato, anno per anno.
Entro il 30 giugno del secondo anno di governo: il primo rapporto annuale.
Dopo: il sistema diventa stabile, e regioni e grandi comuni possono adottarlo.
Il momento è favorevole. La riforma elettorale approvata dal Senato il 15 settembre 2026, e tornata alla Camera, chiede a liste e coalizioni di indicare il candidato premier insieme al programma. Parola Data sarebbe il passo successivo: rendere quel programma misurabile e seguirlo dopo il voto.
Tre obiezioni
«Chi controlla i controllori?» Il sorteggio, le incompatibilità e la trasparenza: ogni giudizio è motivato e pubblicato con dati e metodo, e il governo può replicare.
«E se arriva una crisi?» L'impegno si modifica alla luce del sole, e la commissione dice se la causa è esterna. Una pandemia non diventa una promessa tradita.
«Così prometteranno di meno.» Forse. Ma prometteranno cose vere, e gli elettori potranno confrontare anche l'ambizione, perché le schede di tutti sono una accanto all'altra.
Cosa chiedo
Parola Data non ha bisogno di firme per partire: ha bisogno che se ne parli. Se ti convince, mandalo a chi vota diversamente da te. Una regola così funziona solo se vale per tutti. Ai politici chiedo coraggio. Ai giornalisti e ai creator chiedo di parlarne. Perché scrivere le promesse prima e verificarle dopo è l'unico modo per sconfiggere il populismo. E l'unico per far tornare la gente a credere nella politica.